CUNEO CRONACA - Essere nati, cresciuti, aver studiato o lavorato in Italia, eppure sentirsi costantemente trattati come cittadini di "serie B", sottolinea quanto la burocrazia e le leggi sulla cittadinanza possano essere percepite come barriere insormontabili. Pare che qualsiasi sforzo o sacrificio non sia mai sufficiente per conquistare una vita dignitosa paragonabile a quella di un cittadino italiano. La complessità degli iter amministrativi rende estremamente difficile la quotidianità per chi desidera semplicemente vivere qui, come Manfred: "Ho vissuto così tante discriminazioni che alla fine me ne sono abituato. Ho finito per indossarle come un vestito".
Proprio a fronte di questa difficile realtà, in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione delle discriminazioni razziali, che si celebra il 21 marzo, il Nodo territoriale contro le discriminazioni di Cuneo ha organizzato un convegno per riflettere su stereotipi, pregiudizi e discriminazioni. L’incontro, intitolato "Io non sono razzista ma…", si è svolto giovedì 20 marzo presso l’Auditorium Foro Boario, a Cuneo, e ha offerto uno spazio di confronto e approfondimento sulla situazione della popolazione straniera in Italia. In particolare, è stato presentato il “Dossier statistico immigrazione 2024”, curato dal Centro Studi e Ricerche Idos, che ha tracciato un quadro dettagliato della condizione degli immigrati a livello nazionale, regionale e provinciale.
Dalle testimonianze in sala emerge un profondo senso di ingiustizia e frustrazione. Una donna dell’associazione Mamme per la Pelle, sposata con un afro-americano e madre di quattro figli, porta alla luce le problematiche presenti nel contesto scolastico, denunciando episodi di micro-aggressioni verbali perpetrate da alcuni insegnanti. Racconta la difficoltà di segnalare questi comportamenti e di essere ascoltata dal sistema scolastico italiano, sottolineando il profondo disagio vissuto dai suoi figli. “Queste esperienze lasciano ferite profonde, destinate ad accompagnarli per sempre”, afferma. La presidentessa della neonata associazione “Per una Cuneo multietnica” denuncia al contempo un fenomeno preoccupante: i bambini stranieri vengono spesso indirizzati verso percorsi scolastici legati alle scienze umane, indipendentemente dalle loro inclinazioni o potenzialità. Questo orientamento, spesso influenzato da pregiudizi, limita le loro opportunità future e riflette stereotipi radicati nel sistema educativo. Per approfondire il tema, venerdì 28 marzo, dalle 20.45, alla Casa del Quartiere Donatello, si terrà il primo incontro dal titolo “La scuola multiculturale oggi” dei salotti interculturali organizzati dall’associazione MiCò.
Patrizia Manassero, sindaca di Cuneo, è intervenuta sottolineando l’impegno dell’Amministrazione comunale: “Si sta cercando di agire concretamente come Amministrazione comunale agevolando i processi e creando una rete interconnessa di attori, organizzando anche momenti di incontro con Questura e prefettura".
E' intervenuta poi Silvia Venturelli, ricercatrice Ires Piemonte, che ha presentato la Rete Regionale contro le discriminazioni, composta da tre livelli: il centro regionale, i nodi territoriali e i punti informativi. Questi ultimi svolgono l’importante lavoro di ascolto e di monitoraggio del fenomeno migratorio, cercando di cogliere e affrontare le discriminazioni sul territorio in maniera capillare.
L’operatrice del Polo Punto Meet di Cuneo, Eleonora Garello, porta l’esperienza del polo poliedrico, che ha il compito di far emergere e segnalare tutti i tipi di discriminazioni su base etnico-razziale o religiosa. Le segnalazioni riguardano contesti vari, come quelli lavorativi, abitativi, scolastici, sportivi o di mancato accesso ai servizi pubblici, con l’obiettivo di creare una rete di supporto e consapevolezza per le vittime.
Marco Melia del progetto SAI Cuneo (Sistema Accoglienza Integrazione), che organizza e gestisce interventi di accoglienza, ha parlato del progetto che offre supporto psicologico, legale, ricreativo, sociale, formativo e materiale (casa, cibo, vestiti) per favorire l’integrazione e il benessere dei migranti, affrontando concretamente le problematiche legate all’accoglienza e alle discriminazioni.
Un’altra questione spinosa riguarda infatti la difficoltà nel trovare una sistemazione abitativa, che rappresenta una difficoltà enorme per le persone straniere, anche quando dispongono di garanzie economiche adeguate. Numerose testimonianze denunciano episodi ricorrenti di rifiuto nell’affitto o nella vendita di immobili da parte delle agenzie, spesso su esplicita richiesta dei proprietari che non vogliono stranieri nelle proprie case, alimentando così un circolo vizioso di esclusione. La presenza straniera agisce come uno specchio, riflettendo le mancanze della nostra società e spingendo a riportare alcune problematiche al centro delle priorità. La realtà italiana è già multiculturale: le sfide legate alla diversità e alla convivenza richiedono impegno nell’apprendimento e nella formazione non solo degli addetti ai lavori, ma di tutta la comunità, con l’obiettivo di costruire una società più inclusiva e consapevole.
Sambu Buffa, formatrice, divulgatrice, esperta di marketing inclusivo, o come ama definirsi “Designer di cambiamento”, ha spinto il pubblico a riflettere sul significato del termine “di colore”. “Di che colore è di colore?”. Quando si cerca “di colore” su Google escono immagini di persone nere afrodiscendenti. Anche se la locuzione sembra più rispettosa, in realtà deriva dal termine “coloured” ed è frutto di una rappresentazione legata al periodo della segregazione razziale negli Stati Uniti. Parlare di razza, razzismo e discriminazione razziale significa affrontare una costruzione sociale che per secoli ha alimentato l’idea della superiorità delle persone bianche, relegando le altre a una posizione di inferiorità. Gli stereotipi, come immagini mentali semplificate e spesso distorte, contribuiscono a rafforzare queste gerarchie invisibili.
Sambu Buffa riporta la sua esperienza di bambina e poi donna nera in Italia, raccontando di non essersi mai sentita rappresentata. Fin da piccola, non trovava bambine simili a lei nei libri o nei cartoni animati, vivendo così un senso di esclusione e invisibilità. Una delle poche volte in cui ha visto una pubblicità in cui finalmente compariva una bambina nera come lei, era il famoso spot della Benetton che ritraeva due bambine abbracciate. All'epoca si sentì rappresentata, ma solo da adulta ne ha compreso la problematicità: la bambina bianca dai riccioli d'oro sembrava un angioletto, mentre quella nera, pettinata con i capelli che formavano dei cornetti, sembrava un piccolo diavoletto.
Il "Doll test", una serie di esperimenti sociali condotti dagli psicologi Kenneth e Mamie Clark negli anni Quaranta e poi riproposto anche in Italia, è un esempio tristemente famoso di come i bambini interiorizzino fin da piccoli l'idea che il bianco sia sinonimo di bellezza e bontà, mentre il nero sia associato a qualcosa di negativo. Il daltonismo razziale consiste nell’idea che il colore della pelle non sia un elemento a cui prestare attenzione. Ma invece il colore conta eccome: Giuditta Rossi (nera) e Cristina Maurelli (bianca) con il loro progetto "Color Carne" ci ricordano che riconoscere la diversità è essenziale per combattere le discriminazioni. Non si può fingere che il colore della pelle non abbia importanza quando ancora oggi molti vivono situazioni di pregiudizio quotidiano.
“Neri non si nasce, lo si diventa”. Sambu Buffa lo è diventata quando a 15 anni si è sentita dire dal ragazzino che le piaceva, che non poteva uscire con lei perché era nera. In quella occasione si è resa conto che il suo colore di pelle poteva essere un grande problema nella società italiana. Lo si diventa quando si subiscono quotidianamente atteggiamenti discriminatori, come sentirsi dare del “tu” in modo automatico, vedere qualcuno stringere a sé la propria borsa appena ci si avvicina, notare lo stupore nel sentirti parlare fluentemente la lingua. Spesso si confonde l'uguaglianza con l'equità. L'immagine dei tre bambini di altezze diverse che cercano di vedere oltre una staccionata spiega bene questa differenza: trattare tutti allo stesso modo non basta se i punti di partenza non sono uguali. Offrire a ciascuno ciò di cui ha bisogno per raggiungere le stesse opportunità è l'unico modo per costruire una società più equa. Perché non cominciare a utilizzare il termine afro-italiano, per esempio?
Agnese Rabagliati